L’influenza è una questione di relazioni: le reti sociali

  • 17 gennaio 2018
  • Scritto da: Maristella Matera e Riccardo Medana

L’influenza è una questione di relazioni: le reti sociali

di Maristella Matera e Riccardo Medana

 

Le reti sociali possono essere facilmente ed intuitivamente definite[1] come un qualsiasi gruppo di individui connessi fra loro da diversi legami di tipo sociale [1].

Nel caso d’individui umani questi legami spaziano dalla semplice conoscenza a dinamiche più complesse quali rapporti di lavoro, gerarchie o vincoli di parentela.

 

In passato, le reti sociali sono state lungamente studiate sia in ambito prettamente umanistico (sociologia, antropologia ed etologia) sia in ambito scientifico/economico per trovare spiegazione a vari fenomeni “di gruppo”.

A livello matematico le reti sociali possono essere ridotte a dei grafi che, in maniera semplice, ne permettono la visualizzazione e l’analisi metodologica.

 

Possiamo osservare come lo studio delle relazioni che intercorrono tra i vari individui in una rete permette di conoscere e prevedere determinati comportamenti della rete stessa, ma anche dei singoli individui che la compongono.

 

Lo sviluppo del campo di studio nelle reti sociali ebbe inizio solo negli anni Trenta in modo indipendente tra vari gruppi di ricerca [2].

Risalgono al 1934 i primi tentativi di approccio matematico e sistematico a questi problemi da parte di J. L. Moreno, il quale riuscì a operazionalizzare una rete creando un sistema di rappresentazione basato su nodi e collegamenti tra essi.

In seguito, fu possibile distinguere due linee di approccio distinte sia dalle metodologie sia dagli scopi.

La prima con sede presso l’Università di Harvard focalizzava i suoi sforzi sullo studio di pattern ricorrenti tra gruppi di persone; di fatto adottò un approccio socio centrico [3].

La seconda, di stampo britannico (Università di Manchester) e guidata da un gruppo di antropologi, si focalizzava maggiormente sui pattern del singolo individuo all’interno del gruppo, da qui l’approccio egocentrico.

Questi studi proseguirono ininterrottamente, con pochi risultati tangibili, fino all’inizio degli anni ’50 quando si pensò di applicare una maggior formalizzazione attraverso l’uso della teoria dei grafi.

Un importante punto di svolta in questo senso fu l’adozione di relazioni direzionali che permettevano una complessità di rappresentazione maggiore sia delle reti sia delle relazioni, e di conseguenza risultati più convincenti e utili.

Nel 1967, con ormai una metodologia formalizzata, Milgram arrivò a definire il famoso concetto di “six degrees of separation” [4], con cui tentava di dimostrare l’idea dello “small world phenomenon”.

Milgram, grazie ad un approccio empirico, supportò la sua tesi con una enorme quantità di dati sulle relazioni sociali che allora intercorrevano negli Stati Uniti d’America, arrivando a osservare una massima distanza di sei legami tra due nodi distinti della rete: ne risultò che di fatto un qualsiasi cittadino americano conosceva l’allora presidente Lyndon B. Johnson tramite amici di amici (seguendo un massimo di sei legami).

Questo studio all’apparenza dal poco interesse scientifico si rivelò e ancora si rivela una pietra miliare nella teoria delle reti sociali per diversi motivi, primo fra tutti l’incredibile mole di dati analizzata e la metodologia sistematica adottata.

 

Cenni di teoria dei grafi per le reti sociali

Per poter essere facilmente analizzate, le reti sociali vengono rappresentate come grafi composti da nodi o agenti che hanno relazioni gli uni con gli altri. Dato un insieme finito U di elementi

 

U = {u1,u2,…,un}

 

e un numero finito di relazioni R (che possono rappresentare le più disparate forme di relazione: amicizia, gerarchia aziendale, etc.):

Rj UxU con j = 1,2,…,r

una rete sociale N si può quindi definire come una n-upla composta dall’insieme finito di elementi U e da (n-1) relazioni fra essi:

 

N = (R, U1,U2,…,Un)

 

Una rete così definita può essere rappresentata in due modi:

 

  1. Tramite una matrice binaria MR = [rij]nxn, detta matrice di adiacenza, dove per ogni relazione R:

 

rij = 1   se uiRuj

rij = 0   altrimenti

 

in cui gli archi rij possono essere pesati, di norma con un numero reale che indica la forza del legame tra ui e uj

 

 

  1. Tramite una lista dei vicini che specifica, per ciascun nodo, la lista degli altri nodi a cui è relazionato.

 

Si può ora introdurre una nomenclatura per i principali tipi di rete che si possono incontrare in letteratura:

 

  1. Rete non direzionata: la relazione R è simmetrica, ovvero tutti gli archi non hanno direzione specifica (es. matrimonio, amicizia)
  2. Rete direzionata: la relazione R è non simmetrica, tutti gli archi hanno una direzione (es. relazione di paternità)
  3. Rete mista: nella stessa rete troviamo archi direzionati e non, tipico dei grafi con relazioni multiple ma connesse per lo scopo (es. genealogia)
  4. Rete a due modi (bimodale): formata da due insiemi di unità, spesso definiti come attore ed evento e una relazione che connette i due insiemi (es. appartenenza ad una classe).

 

Oggi la teoria delle reti sociali è largamente utilizzata per studiare l’influenza che una struttura o sovrastruttura ha su un gruppo di individui, principalmente osservando gerarchie lavorative.

 

Bibliografia

  1. Giacoma, Casali – “Elementi Teorici per la Progettazione dei Social Network ”. Creative Commons Attribution-Share (2007)
  2. Freeman – “Lo Sviluppo dell’Analisi delle Reti Sociali. Uno Studio di Sociologia della Scienza”. FrancoAngeli Edizioni (2007)
  3. Chung, K. S. K., Hossain, L. – “Towards a Social Network Model for Understanding Information and Communication Technology Use for General Practitioners in Rural Australia”, submitted to Computers in Human Behavior.
  4. Milgram, Stanley – “The Small World Problem”. Psychology Today (Ziff-Davis Publishing Company), Maggio 1967.

 

Tratto dalla tesi del dott. Ing. Carlo Alberto Maria Viola

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